Fragilità. Una storia, tante storie.

Un viaggio virtuale alla ricerca della fragilità nella storia e nell’arte sacra a Fossano.


Il sogno del faraone
Narrazione di Domenica Parsi

La tela è ad oggi conservata nel Museo Diocesano.

Domenica Parsi commenta l’opera

Il Sogno del Faraone” fa parte delle Nove Storie di Giuseppe ebreo, che narrano con grande efficacia e suggestione le vicende di Giuseppe, il quale, caduto in schiavitù, riuscì ad affrancarsi e a perdonare i fratelli che lo avevano ridotto in quella triste condizione.

Il quadro, un olio su tela di cm. 163 X 213, è stato dipinto da Giuseppe Barotto nel 1613. Proviene dalla chiesa del Gonfalone, Oratorio dei Battuti Bianchi, ed è oggi conservato nel Museo Diocesano di Fossano.

La vicenda di Giuseppe, simbolo dell’affrancamento dalla schiavitù, si addiceva bene al compito istituzionale della Compagnia dei Battuti Bianchi, che aveva come finalità il riscatto dei Cristiani, divenuti schiavi, perché caduti prigionieri in mano dei Turchi.

In realtà il ciclo era composto da dieci tele, è andata perduta quella riguardante l’episodio della moglie di Putifarre, ma solo otto tele erano esposte, in tempi più vicini a noi, nell’Oratorio del Gonfalone; “il Sogno del Faraone” è stato casualmente ritrovato, privo di cornice, in un ripostiglio. Per questo è stata scelta una nuova cornice molto semplice, per metterla in contrasto con le altre seicentesche, dorate e molto ricche, scolpite da Giacomo Borra nel 1677.

Il ciclo narra, come abbiamo detto, la storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe.

I fratelli di Giuseppe, gelosi perché lui era il prediletto dal padre, decidono in un primo momento di ucciderlo, calandolo in un pozzo e successivamente di venderlo a mercanti egiziani. Il giovane viene condotto in Egitto e venduto come schiavo a Putifarre, uomo molto potente consigliere del Faraone e comandante delle guardie. La moglie di questi si innamora di Giuseppe, ma poiché lui non la contraccambia, la donna per vendicarsi lo fa imprigionare con una falsa accusa.

Giuseppe ha il dono di interpretare i sogni e poiché il Faraone ha un sogno ricorrente che lo turba e che non riesce a capire, fa chiamare il prigioniero.

Il sogno è quello delle Sette Vacche Grasse e delle Sette Vacche Magre, che divorano le prime. Giuseppe interpreta il sogno in questo modo: l’Egitto avrà sette anni di abbondanza, seguiti da sette anni di carestia. Inoltre il giovane consiglia al Faraone di accantonare grandi quantità di grano per ognuno dei sette anni di abbondanza, cosicché il popolo egiziano non soffrirà la fame nei sette anni di carestia.

Tutto accade come previsto da Giuseppe, che diventa, grazie anche a tutte le sue doti personali, l’uomo di fiducia del Faraone.

Nel dipinto possiamo vedere il sovrano che dorme nel suo letto, mentre una guardia veglia sulla sua sicurezza. A sinistra, in alto, vi è un riquadro, dipinto con colori piuttosto vivaci, simile ad una finestra che rappresenta il sogno del Faraone con le sette vacche grasse e le sette vacche magre.

Particolare è l’ambientazione della scena, non collocata nell’antico Egitto, ma nell’epoca dell’autore del quadro; infatti il letto è un letto del Seicento, come pure l’armatura del soldato. Inoltre il sovrano dorme con in testa la corona, corona ben diversa dal copricapo, simbolo di potere, che siamo soliti vedere sul capo dei faraoni.

Una nota curiosa è data dalle pantofole poste ai piedi del letto, cosa questa che ci ricorda le nostre abitudini.

Nel dipinto cogliamo la fragilità degli uomini: il Faraone, l’uomo più potente d’Egitto, è turbato da un sogno e deve ricorrere ad un prigioniero per quietare la sua ansia.

Il quadro mette anche in evidenza la fragilità dell’umanità intera di fronte alle calamità naturali, come in questo caso la carestia, calamità che non si possono evitare, ma solo tentare di contenere per limitarne i danni.

Domenica Parsi
Associazione Volontari per l’Arte


Fossano, 5 giugno 2020
Viaggio virtuale sulla fragilità